La città di Castro ed i Farnese. - Racconti, cultura, collezione, vendita

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Storia di Castro (VT), capitale del ducato dei Farnese di Luciano Dore.
 
Nel Lazio settentrionale, in provincia di Viterbo, sorgono le rovine dell’antica capitale del ducato della famiglia Farnese, la città di Castro.
Le prime tracce della famiglia Farnese (signori de Farneto) si rinvengono a Tuscania (VT) e ad Orvieto a partire dal XII secolo. Nei secoli successivi i Farnese si imposero tra le più importanti famiglie della nobiltà romana, fino a far salire al soglio pontificio il cardinale Alessandro Farnese, con il nome di papa Paolo III (1534). Nel 1537 Paolo III insignì il figlio Pier Luigi Farnese del titolo di "Duca di Castro" che gli conferiva il pieno possesso e il dominio sugli antichi possedimenti della famiglia, compresi fra il Tirreno e il lago di Bolsena.
Il nuovo Ducato aveva per capitale la fortezza di Castro e comprendeva i territori di Montalto, Musignano, Canino, Cellere, Arlena, Tessennano, Piansano, Valentano, Ischia, Gradoli, Grotte, Borghetto, Bisenzio, Capodimonte, Marta, le Isole Bisentina e Martana. A questi territori si aggiungevano quelli in enclave di Ronciglione, Caprarola (con il suo bellissimo “palazzo”), Nepi, Carbognano, Fabrica, Canepina, Vallerano, Vignanello, Corchiano e Castel Sant'Elia; comuni e territori che comprendevano gran parte dell’attuale provincia viterbese.
L’insediamento, al momento della costituzione del Ducato di Castro (1537) e prima di diventarne capitale, era un piccolo villaggio, povero e in gran parte abbandonato. I Farnese decisero di trasformarlo per renderlo degno del rango di capitale del ducato e simbolo della loro potenza e del loro prestigio. Il compito di questa trasformazione venne affidato all’architetto fiorentino Antonio da Sangallo il Giovane. La ricostruzione riguardò la città in tutti i suoi aspetti, dalle mura difensive agli edifici pubblici, dai palazzi gentilizi alle case e alle strade, trasformando l’insediamento in un perfetto esempio di arte e architettura rinascimentale, dove si trasferirono – per entrare nelle grazie della potente casata e del Papa Paolo III – molti nobili che rivaleggiarono tra loro nella realizzazione di palazzi signorili. Molti dei visitatori della città, tra cui lo storico e letterato Annibal Caro, rimasero colpiti dalla sua bellezza. Il cuore era rappresentato da Piazza Maggiore, al cui centro si trovava una fontana e, lungo il suo perimetro, il Palazzo della Zecca, le hostaria, per accogliere gli ospiti illustri del Duca, la residenza di questi e i palazzi dei cittadini più importanti. Inoltre, fatto rarissimo per quel tempo, Castro aveva le strade e le piazze mattonate e dotate di fogne. A testimonianza di tutto ciò rimangono, a Firenze, i disegni del Sangallo. A Castro erano presenti ben 13 chiese, delle quali la principale era certamente il Duomo in stile romanico, dedicato a San Savino, protettore della città, festeggiato il 3 maggio nella piazza principale con una giostra e un palio tra le contrade. C’erano inoltre un ospedale e un ospizio per l’assistenza alle vedove e agli orfani. Per risolvere il problema della scarsità d’acqua fu costruito un pozzo, chiamato di Santa Lucia per la sua vicinanza alla chiesa omonima, con scale a chiocciola, simile a quello di San Patrizio a Orvieto.
Dopo l'assassinio del duca Pier Luigi, divenuto nel frattempo anche Duca di Parma e Piacenza, vari membri della famiglia Farnese furono investiti del titolo di Duca di Castro, passando dal figlio di Pier Luigi, Ottavio, fino a giungere all'ultimo duca della famiglia, Ranuccio II. La decadenza del Ducato iniziò con il duca Ranuccio I (1569-1622), che iniziò ad indebitarsi notevolmente. Nel 1641, approfittandosi dell'ormai declino della città, la famiglia Barberini, capeggiata dal papa Urbano VIII Barberini, progettò di conquistare e confiscare la città ai Farnese. Lo scontro sfociò nelle due Guerre di Castro, che portarono prima ad un esilio da Roma della famiglia Farnese, poi ad una completa distruzione della città di Castro, da parte del nuovo papa Innocenzo X Pamphilj, nel 1649.
Le truppe pontificie assediarono la città, la saccheggiarono, la rasero al suolo con metodo scientifico e deportarono i suoi abitanti. Tra le rovine piantarono un bosco  e apposero una lapide con la scritta “qui fu Castro”. I Farnese non riusciranno mai più a riprendere la loro capitale.
Per giungere ai tempi attuali, i resti della città, da vedere assolutamente, da taluni definita la Pompei dell'Alto Lazio, si trovano lungo la riva destra del Fiume Olpeta su un ampio pianoro delimitato dalle forre dell'Olpeta e del fosso della Filonica. Pochi ruderi avvolti dal bosco sono quel che resta dell’antica capitale del ducato dei Farnese. Frammenti di decorazioni, parti di capitelli, la pavimentazione in cotto a lisca di pesce che emerge sotto il terreno e le foglie in quella che era la centrale piazza della Zecca raccontano, con molta immaginazione, l'intensa vita sociale e culturale che pulsava qui quattro secoli fa. Un passato che appare oggi quasi insospettabile, camminando nel bosco in un’atmosfera quasi magica e surreale. Sono stati effettuati, nel tempo, scavi archeologici che hanno riportato alla luce i resti della piazza principale con la sua pavimentazione, i resti della Cattedrale, quelli del Palazzo della Zecca, del convento di San Francesco, delle fortificazioni e di Porta Lamberta. Si possono inoltre vedere i resti di vani sotterranei, cantine, pozzi, cisterne e seminterrati. Non sono mancati, soprattutto nel secolo scorso, gli scavi clandestini, alla ricerca di vasellame di particolare pregio, tenendo conto che Castro fu probabilmente abbandonata dai suoi abitanti nel giro di poche ore. Una raccolta interessante della ceramica rinascimentale e tardo-rinascimentale proveniente da Castro è visitabile presso il Museo della ceramica di Viterbo  e la consiglio vivamente. Riporto di seguito le foto di alcuni vasi attribuiti alla produzione castrense.  Luciano Dore
   

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