Enrico Toti, una persona, un personaggio - Generazione di cultura, esperienze, racconti

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ENRICO TOTI, una persona e un personaggio, non una stampella.

I più anziani ricorderanno certamente il gesto per cui è famoso Enrico Toti quando, durante la sua permanenza sul fronte friulano nella prima guerra mondiale, ferito a morte, lanciò la sua stampella contro il nemico austriaco. Certo trattare oggi di Enrico Toti e ricordarlo per quel suo gesto di stizza sarebbe effettivamente retorico ma approfondendo la conoscenza della sua vita si scopre una persona ed un personaggio dal carattere volitivo e ricco di obiettivi il cui ricordo non merita di essere limitato a quell’episodio. Ad Enrico Toti mancava una gamba ed aveva bisogno di appoggiarsi ad una stampella e pertanto non fu mai dichiarato abile a combattere e non avrebbe dovuto vestire una divisa militare né tantomeno essere al fronte. Ma la sua caparbietà lo volle militare ed in prima linea forse per dimostrare che la propria menomazione non era un limite oppure per corrispondere al desiderio di partecipazione dell’intera Nazione. E’ certo che l’orientamento dominante in quell’epoca di guerra ha avuto un ruolo nella sua vita ma nello stesso tempo si potrebbe pensare ad una personale rivendicazione verso la menomazione, quasi una sfida con se stesso che trova il culmine nella partecipazione attiva alla guerra. Sarà poi la tendenza patriottica del successivo periodo fascista ad esaltare il suo gesto trascurando le numerose vicende che hanno caratterizzato la sua vita. Nato a Roma nel 1882, sin da giovane dimostrò determinazione imbarcandosi come mozzo su una nave scuola per poi passare alle navi militari anche combattendo contro i pirati che infestavano le acque etiopiche (l’Etiopia era una colonia italiana). Enrico era un ragazzo che aveva grandi doti fisiche, era di quelli che si tuffavano e nuotavano nel Tevere, uno sportivo un po’ esibizionista che partecipava anche alle gare ciclistiche durante gli attracchi della nave a La Spezia o a Napoli. A causa della morte del fratello maggiore dovette lasciare la Marina militare e fu assunto nelle Ferrovie. Fu appunto svolgendo un lavoro di manutenzione che subì un incidente per cui gli fu amputata totalmente una gamba (1908). Rimasto senza impegni di lavoro, si dedicò a piccole utili invenzioni che tuttora vengono conservate a Roma nel Museo storico dei Bersaglieri. Era un appassionato di ciclismo per cui adattò una bicicletta modificandola a pedale singolo in corrispondenza della sua unica gamba. In lui restava lo spirito indomito e come atleta era fortissimo ed a volte si esibiva in piazza con giuochi saltando su una gamba e correndo veloce. Apparve anche sul giornale romano “Il Messaggero” che pubblicò sue foto ed un elogio al suo coraggio, alla sua abnegazione. Da quel momento Toti diventò quasi un divo e la stampella diventò il suo emblema. Lasciato il settore natatorio Toti si iscrisse al settore ciclistico di una società sportiva. Nel 1911, saputo che era stato indetto un premio di 100.000 lire per chi avesse fatto il giro del mondo in bicicletta partecipò con la sua bici pedalando fino a Parigi e poi in Belgio, Olanda, Danimarca, Svezia, Lapponia, Russia. Percorreva mediamente circa 100 km al giorno e certificava la sua presenza con timbri apposti alle dogane o agli uffici postali. Già alla partenza vari giornali, tra cui “La Domenica del Corriere”, davano la notizia della sua partecipazione con una sua foto equipaggiato di tutto. La vendita di queste foto permetteranno poi a Toti di finanziarsi nelle soste nelle varie città europee unitamente a caricature che lo stesso eseguiva nei cafè-concerto, nei teatri, nelle piazze. Era una persona che sapeva adeguarsi alle situazioni al punto di dare anche lezioni di italiano per mantenersi all’estero. Dovunque andasse era ricevuto nei consolati. Era un personaggio. Tornato in treno dalla Russia sfruttò la notorietà acquisita con esibizioni atletiche e ciclistiche tali da poter finanziare il progetto di un viaggio in Africa che infatti iniziò a gennaio 1913 quando s’imbarcò per l’Egitto. In attesa di pianificare il viaggio anche qui si esibì e, come da lui stesso affermato, guadagnò un buon reddito con attività ginniche e con disegni e caricature. Si recò poi in Sudan e nel Congo. Il viaggio in Africa durò solo quattro mesi. Scoppiata la guerra, fece richiesta di arruolamento che, ovviamente, fu respinta. Come sua abitudine non si arrese e, sempre in bicicletta, si recò nelle zone di guerra (Monfalcone) riuscendo ad ottenere una posizione a carattere civile. Successivamente questa sua partecipazione fu trasformata in bellica a seguito di acclamazione da parte dei soldati. La storia di Enrico Toti si concluse qui in un assalto alle postazioni nemiche ed il famoso lancio della stampella. Quasi la ricerca della gloria e forse la scelta di una fine esaltante per una vita toccata dalla sfortuna. Non si può sapere ma la Storia venne in aiuto a Enrico Toti ed infatti, dopo la sua morte, su “La Domenica del Corriere” apparve una copertina disegnata da Achille Beltrame che mostrava Enrico Toti, già ferito, nell’atto di lanciare la sua stampella contro il nemico austriaco. Fu questo l’inizio del mito proposto come esempio di patriottismo poi strumentalmente adottato dalla retorica dell’epoca. Enrico Toti con il suo gesto fu assunto a simbolo della difesa della Patria, l’indomito che, benché morente, incitava i compagni in quella avventura mortale in una veste che non gli competeva. E così vennero le commemorazioni, le lapidi, l’intitolazione di piazze, strade, navi militari, l’inserimento nei libri scolastici. Tutto ciò s’incrinò negli anni settanta quando la contestazione mise in discussione quei valori che avevano caratterizzato l’Italia per decenni e per i quali ora veniva chiesta la revisione critica. Infine negli anni novanta arrivò la demolizione del mito attraverso il dubbio sul lancio della stampella e su questa figura fu posto l’oblio. Enrico Toti era una persona che credeva in sé stesso, un personaggio esuberante, un uomo sfortunato che non merita l’esclusiva associazione al suo gesto finale.
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