Una generazione, formazione e speranze. - Generazione di cultura, esperienze, racconti

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Noi che studiavamo a Napoli negli anni '50.
di Renato Gioja
Sembra un episodio tratto dal libro Cuore di De Amicis ma invece è il racconto vissuto di una realtà dei “non ricchi” del decennio dal 1950 o qualcosa in più, a Napoli, quando, nonostante i pochi mezzi a disposizione, noi giovani credevamo nella competenza e nella possibilità di crescita che ci veniva offerta. Ovviamente non erano nostri altri mondi sociali, altre situazioni, vite più facili già programmate, ma per noi passava un treno che non potevamo perdere mentre altri avevano già la prenotazione del posto. Il primo motore della nostra crescita era la scuola con il suo insegnamento statico ma formativo. Non ci sbagliavamo nel credere nel futuro anche spinti da genitori che avevano vissuto la guerra e le sue privazioni. Erano quelli gli anni del secondo dopoguerra in cui tutto veniva affrontato con la serietà e la rigidità della tradizione in una situazione economica molto limitata. La civiltà dei consumi era lungi da venire, gli eccessi erano appannaggio di pochi. Ogni giovane cercava la propria via in un contesto sociale che comunque faceva intravedere delle soluzioni, delle prospettive. La scuola era aperta a tutti ma non poteva essere frequentata da tutti, le scelte non erano molte ed a volte erano obbligate. L’Università non era accessibile se non con gli studi liceali, un ragioniere poteva iscriversi ad economia e commercio, un geometra a geologia, i maestri elementari non potevano iscriversi a nulla. Prima di arrivare all’università il percorso era una sequenza di esami selettivi a cominciare dalla terza elementare dove c’era una prova di scrittura, poi la quinta che nell’esame di ammissione alla scuola media prevedeva il tema, il riassunto, le poesie a memoria, storia, geografia, aritmetica. Gli strumenti a disposizione erano la penna ad inchiostro ed il  calamaio incastrato sui banchi grigi e neri e con il ripiano scheggiato. Il tutto spesso in fabbricati che oggi sarebbero dichiarati inagibili. Chi non andava alle Medie poteva optare per l’avviamento al lavoro, meno impegnativo ma più finalizzato. La doppia bocciatura era l’esclusione dalla scuola con la speranza di rientrare attraverso le scuole private ma più delle volte si finiva ad imparare un mestiere presso un artigiano riempiendo così quelle aree di lavoro che oggi sono invece carenti. Con il passaggio alle scuole Medie non si indossava più il grembiule e si usava un elastico con i ganci alle estremità per portare due o tre libri ed un paio di quaderni e quando si dimenticava la penna a casa (ora era la biro) era un problema. Dopo la terza media, altro esame per accedere alle superiori e qui, finalmente, dopo cinque anni c’era l’esame di Stato a cui bisognava essere ammessi ma l’ammissione non era così scontata. In realtà gli esami erano quotidiani attraverso le interrogazioni ed il professore era da rispettare ad ogni costo, anche quando era autoritario o ingiusto nella valutazione. Al mattino si viaggiava su un autobus che, quando passava, era stracolmo al punto di avere le porte aperte e le persone addirittura appese. Non sono esagerazioni. Chi era a Napoli negli anni ’50  e inizio ’60 sa che era così ! La selezione agli esami di Stato era netta. Per il mio esame da geometra eravamo in 35 e fummo promossi in 5 ! Probabilmente fu l’emozione la causa della decimazione ma molti altri ragazzi recuperarono con gli esami di “riparazione” a settembre. Era comunque un percorso formativo che prevedeva il riconoscimento del merito e dell’impegno e che creava aspettative verso il mondo del lavoro. Quando il lavoro non arrivava l’iscrizione all’Università era una soluzione, ove permessa dalle possibilità economiche della famiglia, quasi una giustificazione, una via che comunque nel tempo poteva essersi rivelata premiante. Tutto era stato diverso rispetto all’attualità ed oggi non ha senso rivendicare i meriti passati né il loro ricordo deve essere accantonato né bisogna dissacrare una generazione, ormai di pensionati, che ha posto le basi dell’attuale diffuso benessere. Per noi passava un treno, unico, che non potevamo perdere.
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