La storia di Mastro Titta - Generazione di cultura, esperienze, racconti

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MASTRO TITTA, il boia dello Stato della Chiesa.

 
 
Poteva essere un pittoresco oste di Roma e servire trippa e vino agli allegri avventori ma poteva anche essere un mastro falegname. Invece no, a Roma Mastro Titta svolgeva il suo mestiere di artigiano con bottega riparando e riverniciando gli ombrelli ma a questa attività associava quella di boia. Mastro Titta era il boia della Roma papalina. Di quella Roma della Chiesa che per gestire il potere secolare aveva dimenticato anche la pietà cristiana finalizzata alla redenzione e non togliere la vita anche se per giustizia verso le vittime. Uno Stato fondato su una religione di perdono non avrebbe dovuto applicare la vendetta ma invece era così. Nella legalità, Mastro Titta si sentiva esecutore di una fase della giustizia contro la criminalità e, ovviamente, non era lui il cattivo ma quei condannati da cui la Società giusta si difendeva. E’ comunque evidente che per fare quel mestiere bisognava possedere una buona dose di proprio sadismo. Sapeva di essere un attore della spettacolarizzazione della morte, l’attore che veniva applaudito per il suo eccellente intervento. Per questo suo impegno veniva retribuito con uno stipendio, un alloggio ed un piccolo bonus per ogni esecuzione. Giovanni Battista Bugatti (Mastro Titta) era nato a nel 1779 a Senigallia e, come abitudine in quei tempi, sin da piccolo aveva assistito ad esecuzioni come monito per la sua vita futura ma forse non avrebbe immaginato di diventare, sin da giovane, lui stesso protagonista di questi fatti. Era un incaricato del Papa e faceva il proprio lavoro di boia (oltre 500 esecuzioni con 68 anni di attività). Il vero colpevole morale era il Papa Re e le regole dello Stato della Chiesa che prevedevano la pena di morte dimenticando  ogni insegnamento del Cristo a cui si rifaceva la religione che essi rappresentavano. Questo personaggio era comunque costantemente in pericolo perchè esposto ad eventuali vendette per cui aveva l’obbligo di residenza in un alloggio a lui concesso nei pressi di Via della Conciliazione e, come da un sonetto del Belli, quando Mastro Titta passava il ponte (ponte Sant’Angelo) era il segnale che qualcuno avrebbe perso la vita. Mastro Titta morì nel 1869. Era stato un incaricato di giustizia ed aveva svolto il suo compito con impegno e precisione al punto che il mantello che indossava per le esecuzioni è ora conservato nel Museo criminologico di Roma. Il resto è storia come l’esecrabile pubblicazione postuma da parte di un giornale di una autobiografia, proposta sotto forma di romanzo, che qualcuno dice falsa mentre altri dicono essere desunta dagli appunti che il boia annotava ad ogni esecuzione. Anche i boia passano alla Storia.

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