Procida, Punta Lingua La nuova vita - Racconti, cultura, collezione, vendita

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LA STORIA DI GIOVANNI, a Procida (Punta Lingua) negli anni '50.
Un libro che l'autore, Antonio Gioja, ha prodotto in un numero limitato di copie ma che potrebbe essere replicato.
Ne narriamo qui la vicenda, davvero avvincente, riportando in corsivo alcuni periodi del testo originario.
Parte terza: La nuova vita.
LA NUOVA VITA
Giovanni trascorreva le sue giornate frequentando i pescatori ed ascoltando i loro racconti in cui cercava analogie con il lago ed il suo amico Mario. Ben presto fu invitato a partecipare ad una mattinata di pesca ma come passeggero. Fu comunque per lui l’iniziazione del mare, l’allontanarsi dalla riva, capire le tecniche di pesca che erano diverse da quelle del lago.
In secondo tempo riuscì ad ottenere la partecipazione in un natante offrendo le sue conoscenze di meccanica e ottenne anche un imbarco come tirocinante. Già gli era sufficiente la visione delle luci del molo che si allontanavano, la lunga scia in cui lasciava i suoi ricordi, era per lui un modo di allontanarsi dalla vita trascorsa. La pesca era notturna ed alle prime luci dell’alba rientravano a riva. Era un’attività che lo stancava molto ma che lo stava appassionando mentre faceva tesoro delle tecniche e del funzionamento del motore. Ma questa vita non era per lui, con il mare vi deve essere un rapporto d’amore e di rispetto che viene dal remoto giovanile, non si crea dopo una vita vissuta ed infatti Giovanni lasciò quel suo tentativo di diventare pescatore. Rinunciò alla pesca e lasciò anche l’isola per tornare a vivere con sua sorella nei pressi del suo paese d’origine.
Volle però far pervenire all’ormai suo amico Antonio un plico di fogli dattiloscritti da leggere. Cosa mai avranno contenuto quelle pagine?
“In quell’angolo di pace ove si sentiva soltanto lo scroscio dell’acqua che lambiva la rena come se volesse continuamente plasmarla, iniziai la lettura”.
Era una lunga lettera in cui Giovanni richiamava la sua rinuncia alla pesca e la decisione di andare a vivere con la sorella, insegnante pensionata, che viveva sola. Non si era sposata a causa della morte del suo fidanzato in un incidente ed aveva dedicato la sua vita ai figli degli altri, quasi una missione. Confessava che, uscito dal carcere, aveva scelto di non allontanarsi dall’isola per il desiderio di conoscere quei luoghi che aveva immaginato attraverso le sbarre e per amicizia con il Professore.
“Quel dedalo di viuzze nella parte centrale del paese nasconde ampi e meravigliosi giardini che si estendono sino alla costa. Il profumo della vegetazione dove fanno da padroni le rutacee si fonde con la brezza marina. Vi è qualcosa nell’isola che ti attira, come l’aria e quel senso di benessere di un bagno nelle acque limpide della Punta Lingua.”
La lunga lettera diceva che, stabilitosi presso la sorella, ben presto Giovanni si era reso conto di non poter vivere senza un’attività e, perché no, anche desiderava rivedere Elisa, la figlia di Domenico, che tante volte l’aveva visitato nel periodo del carcere. Quindi insieme alla sorella avvisarono Domenico e la moglie del loro desiderio di rivederli e così avvenne e la permanenza fu di alcuni giorni al punto che Giovanni ed Elisa ebbero modo di conoscersi intensamente. Le visite si protrassero e tra Giovanni ed Elisa maturò quella simpatia che durava da anni e che divenne un reciproco sentimento. Ne derivò il matrimonio e la partecipazione di Giovanni e la sorella alle attività agricole della famiglia che trassero notevole beneficio dalla collaborazione anche dal punto di vista organizzativo e contabile. Giovanni era felice che dopo le vicissitudini giovanili finalmente aveva trovato la serenità della famiglia. La lettera si concludeva ricordando i lunghi dialoghi nella Piazzetta Scialoja e a Punta Lingua. Ad Antonio restava il ricordo di Giovanni, la bellezza di quell’isola semplice, il cielo vermiglio al calar del sole, il guizzare dei pesci.
“Ripresi la strada del ritorno lungo la ripida salita che mi avrebbe riportato sulla Terra Murata. Dall’alto dello scalone tracciato nella roccia e vicino a quel fico dai penduli rami ho rivolto il mio ultimo malinconico sguardo. Forse rivedrò ancora, nella prossima estate, i miei compagni marittimi e le ondine dai bianchi copricapo.”
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