Regno di Napoli storia dell'annessione. - Generazione di cultura, esperienze, racconti

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LA CADUTA DEL REGNO DI NAPOLI: L'annessione
(desunto da letture ed in particolare da pubblicazioni di A. Caruso e P. Aprile)
Il progetto di formazione della Nazione italiana era davvero un obiettivo esaltante ma nella sua realizzazione pratica si trasformò per le terre del Sud in annessione al Piemonte. Fu una prima fase ma il peggio venne dopo, quando il Sud fu trattato come terra di conquista sconvolgendone l’organizzazione e la struttura economica e reprimendo con ferocia e disprezzo la ribellione che ne derivò. Ovviamente in questa sede non si tratta di mettere in discussione l’unità nazionale ma sarebbe opportuno che nella Storia i fatti fossero descritti con chiarezza anche per l’influenza che essi hanno avuto successivamente nello sviluppo del Sud.  In sintesi, possiamo dire che i progetti di unificazione erano due: quello repubblicano mazziniano e quello monarchico di Vittorio Emanuele come consigliato dal Cavour. Il progetto mazziniano, molto esaltante, prevedeva l’unificazione dell’Italia attraverso moti spontanei insurrezionali mentre il progetto piemontese era orientato verso una indispensabile via militare che non fosse esplicitata da una dichiarazione di guerra per non scatenare la reazione delle potenze europee. Nel progetto di annessione era coinvolto un protagonista molto attento, Camillo Benso Conte di Cavour, un primo Ministro piemontese che parlava in francese, che non aveva mai messo piede nel Regno di Napoli, ma che era specialista in mediazioni internazionali. Sua era stata l’idea della spedizione dei bersaglieri in Crimea, la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, la successiva cessione di Mentone alla Francia in cambio nel non intervento militare. Fu, per il Sud, una necessaria spina nel fianco ma fu determinante per la riuscita dell’impresa di Garibaldi.  In realtà il Regno di Napoli era un ghiotto bocconcino economico retto da un Re poco decisionista ben voluto dalla sua popolazione. L’industria e l’agricoltura erano adeguati ai tempi, le casse del Regno erano in attivo. Come esempio di industrializzazione sono da citare le officine ferroviarie nonché l’industria navale e manifatturiera. Una situazione particolare esisteva nell’agricoltura che era fondata sulle grandi proprietà terriere a cui si affiancava la concessione di appezzamenti demaniali (usi civici) da parte dei Comuni. Nei latifondi i salari erano bassi con situazioni di povertà diffusa e le famiglie contadine potevano fruire degli usi civici per risolvere almeno il problema del sostentamento. Il Regno aveva una grande flotta mercantile, la migliore Università di Medicina era a Salerno, illustri personaggi soggiornavano nelle isole del golfo di Napoli, le arti e la letteratura erano fiorenti. In Sicilia erano molto attive le attività industriali e commerciali dell’Inghilterra. La gestione pubblica era molto statica, impostata su una burocrazia con modello tedesco (la regina madre era infatti tedesca, Maria Cristina di Baviera).  Come dappertutto, vi era anche la delinquenza (briganti) che veniva combattuta secondo le regole della Giustizia, analoghe in tutta Europa. Dopo la costituzione del Regno d’Italia fu però introdotta la leva obbligatoria (cinque anni) che toglieva alle famiglie contadine la forza lavoro necessaria alla vita. Fu imposto di pagare le tasse ad un re sconosciuto, più francese che italiano, mentre i Comuni non assegnavano più le terre demaniali che in parte erano state occupate abusivamente dai latifondisti. Il bisogno di sopravvivere favorì la ribellione facendo confluire nel banditismo anche persone che di illegale non avevano mai fatto nulla per cui si creò quel forte movimento di opposizione al regime che è stato poi  definito “brigantaggio” . Nel brigantaggio coesistevano delinquenza, bisogno di sopravvivenza, ideali di rivincita borbonica. Una rivolta popolare come contro uno spietato invasore straniero. Straniero per il popolo, così era diventato il nuovo Regno e tale esso si dimostrò nell’attuare una repressione cruenta e sanguinaria legittimata da una legge (legge Pica) ed affidata al Gen. Enrico Cialdini, già attore discusso della guerra appena ultimata.
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