Regno di Napoli. La repressione. - Generazione di cultura, esperienze, racconti

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LA CADUTA DEL REGNO DI NAPOLI: La repressione
(desunto da letture di S. Scarpino, A. Caruso e P. Aprile, E. Ciconte)
Erano quindi confluiti nel “brigantaggio” i popolani nostalgici dei Borbone, i giovani che sfuggivano alla leva militare, chiunque fosse ricercato per qualsiasi motivo.  Quindi si trattava di gruppi variegati diversamente motivati ma accomunati dal termine generale di “brigantaggio”, una moltitudine armata che aveva raggiunto le migliaia di unità e che era presente nelle Puglie, in Basilicata, in Calabria, in Campania. Il costituito nuovo Regno d’Italia, benché responsabile dello sconvolgimento del Sud, rispose con la repressione attraverso l’invio dell’esercito rilasciando i pieni poteri al Gen. Cialdini, un modenese che nelle sue direttive fece dell’ambiguità una costante chiedendo una risolutiva repressione armata ma raccomandando che fosse quanto più riservata possibile! Un generale che già nella partecipazione alla guerra di annessione aveva dimostrato disprezzo per l’esercito sconfitto e nessun rispetto per le popolazioni. Il nuovo esercito italiano si avvaleva dello “stato d’assedio”, benché non fosse in atto una guerra, e con questa decretazione venivano superate le regole della Giustizia ordinando fucilazioni e violenze. Bastava una supposizione di favoreggiamento ai “briganti” per arrestare un’intera famiglia e lasciarla in prigione a tempo indeterminato. Come si poteva pensare che potesse restare indifferente la parte della popolazione più esposta a queste azioni? Una popolazione, ora delusa, che si era vista invadere da un esercito straniero in nome di una unità nazionale dalla quale aveva subito solo imposizioni. Bene lo capivano invece la componente intellettuale, i ceti benestanti nonché i proprietari terrieri subito pronti ad allargare i propri latifondi occupando le aree demaniali ed organizzando la loro protezione attraverso squadre armate. A tutto ciò le masse non avrebbero dovuto ribellarsi per cui alla reazione si rispondeva con la fucilazione indiscriminata sul posto secondo il giudizio del comandante del drappello, e poi si perseguivano i parenti come fiancheggiatori fino alle uccisioni ed alla distruzione di interi villaggi.
A queste popolazioni era stata tolta la possibilità di vivere ma non se ne accettava la ribellione. Il massimo del disprezzo dei diritti di questi nuovi italiani furono la facoltà attribuita ai comandanti militari di decidere della vita degli arrestati nonché attuare azioni sulle famiglie. Tra questi soprusi, mai puniti, ricordiamo la distruzione di due paesi, Casalduni e Pontelandolfo nel 1861, in provincia di Benevento. Su questi episodi vi sono testimonianze di coloro che vi parteciparono e che descrivono che, su ordine del Gen. Cialdini, fu attuata un’operazione di rappresaglia per l’uccisione di 44 soldati del regio esercito. Una colonna di circa 500 bersaglieri attaccò i due paesi fucilando sul posto intere famiglie, saccheggiando e bruciando le case compreso gli occupanti, stuprando le donne. I due paesi furono completamente rasi al suolo. Eppure, nonostante tutto ciò nei libri di storia si è sempre scritto del “fenomeno del brigantaggio” come repressione contro ladri ed assassini e non come contro-rivoluzione a difesa del diritto alla vita ! Molto discutibile la posizione delle istituzioni dell’epoca per cui il potere militare sovrastava ed escludeva il ruolo della Giustizia asserendo che i metodi repressivi erano giustificati dagli obiettivi da raggiungere laddove con le regole della Magistratura sarebbero emersi i diritti degli arrestati e la certezza della scarcerazione. Tra i fautori di questa tesi viene citato, tra gli altri, il Col. Pietro Fumel, descritto come un sanguinario protetto dalla divisa che torturava ed uccideva liberamente e, come monito, impalava le teste dei briganti uccisi esponendole all’ingresso del loro paese.  In conclusione si fucilava per un nonnulla, anche per affermare il proprio ruolo repressivo, mentre non si faceva nulla per capire le ragioni di tutto ciò. Tanto meno se ne faceva carico la borghesia affaristica ed una cultura che, come sempre avviene, era molto lontana dalla vita reale. Infine resta il fatto che nessuna responsabilità storica sia stata mai addebitata né ai mandanti né ai personaggi diretti di queste vicende e Cialdini fu anche premiato con la nomina a Deputato. Ricordando questi fatti molte città del Sud hanno poi abolito il nome di Cialdini dalla toponomastica ma ancora restano i nomi di tanti altri personaggi parimente responsabili. Il decadimento del Sud fu al pari di una terra conquistata mentre era ugualmente Italia.
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