La scuola e la mia vita - Generazione di cultura, esperienze, racconti

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La scuola e la mia vita. Autobiografia di Renato Gioja - Prima parte
E’ questo un racconto autobiografico che però è indicativo di un’Italia volitiva che, senza informatica, con le sole tavole logaritmiche, con i valori naturali ed al massimo una calcolatrice Olivetti multi-summa, riusciva a realizzare quelle opere di ingegneria che ancora oggi, pur se rinnovate, restano nella struttura viaria nazionale. Questa mia descrizione ha inizio da una scuola che doveva dare a noi studenti degli inizi degli anni ’60 una preparazione tecnica sufficiente per affrontare attività lavorative specifiche ma che invece si dimostrò assolutamente insufficiente. I miei studi all’Istituto per geometri G.B. Della Porta di Napoli furono completamente teorici e svolti da professori che mai avevano realizzato alcunché della stessa materia professionale che pretendevano di insegnare. L'assistente di topografia, fu certamente quello che più si impegnava ma il suo restava comunque un insegnamento teorico anche per il divieto della Preside di portare la classe fuori dall’Istituto. Ci spiegava come realizzare una poligonale o una livellazione ma senza poter andare in campagna per le esercitazioni pratiche e forse non so se lui stesso avesse mai tracciato una poligonale o la pianta delle fondamenta di un fabbricato. Una volta ci sfidò a risolvere un problema di profondità nello scavo di un pozzo. Anche Ruggieri, il migliore della classe, non riusciva a capire come si potesse trovare il valore di un elemento che era necessario per sviluppare il calcolo trigonometrico.  Nel vagabondare generale mi venne una intuizione ed esclamai ad alta voce “Professore, si applica il teorema di Pitagora!”. Era la chiave che stavamo cercando e lui si arrabbiò perché gli avevo tolto il gusto di averci messo in difficoltà. Lo ricordo con piacere, era il più attivo e presente. Il mio pensiero fisso di studente di trigonometria erano le formule di “prostaferesi” che non riuscivo a capire a cosa servissero ma che impegnavano intere ore di lezione. Pitagora, Talete e anche Prostaferesi. Ebbene, dopo circa vent’anni ebbi una grande delusione perché seppi che prostaferesi non era un matematico bensì significava “trasformazione”.  Non parliamo di “Costruzioni” dove insegnava un assistente  che non aveva mai messo “i piedi nel cemento” , l'antica espressione dei cantieri edili dove i neofiti prima o poi calpestavano l’impasto. Non sapeva niente e nulla ci poteva trasmettere. Una volta venne il titolare della cattedra e ci disegnò l’armatura in ferro dei gradini in cemento armato. Che scienza! Non parliamo di Economia agraria in cui si pretendeva di spiegare l’utile lordo di stalla a ragazzi che vivevano in città e che non sapevano nulla di aziende agrarie. Infine il professore di Diritto che veniva in classe con il suo borsone e svolgeva le sue pratiche di Avvocato mentre noi potevano prepararci per le altre lezioni della giornata. Facevamo i doppi turni, tre giorni di mattina dalle 8,30 alle 13,30 e tre giorni di pomeriggio dalle 14,00 alle 19,00, a settimane alterne. Provate a fare un compito in classe di pomeriggio dopo aver mangiato un piatto di pasta e fagioli cucinato tradizionalmente dalla mamma oppure, avendo finito alle 19,00, fare i compiti assegnati per il mattino del giorno dopo. Ai professori non importava nulla, dovevano svolgere il programma! Comunque, con l’aiuto dei libri (che ancora conservo) arrivò il diploma e, attraverso una segnalazione della scuola, arrivò anche un colloquio presso lo Studio tecnico incaricato di progettare l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Era il 1963, non avevo neanche 19 anni, fui scelto e mi trovai catapultato in un progetto così importante. La mia fortuna fu di avere la capacità e l’umiltà di chiedermi “gli altri come hanno già fatto? “ e così studiando i disegni presenti in archivio capii le strutture in cemento armato, la composizione dei viadotti e delle opere d’arte minori, capii il significato di quanto descritto nei libri e nei manuali. Fu una escalation quotidiana per cui avevo ormai la capacità di disegnare un viadotto in tutte le sue parti, la posizione delle pile e delle spalle, i pali di fondazione, le zattere, la canna, i pulvini, il tipo di impalcato, le curve di transito, le pendenze traversali ecc…  Con una calcolatrice che faceva solo somme e moltiplicazioni  e con il tecnigrafo e il graphos a china riuscivamo a fare il progetto completo di un tracciato autostradale, di viadotti, di sottopassi, cavalcavia ecc... Eravamo tutti giovani ed il ricambio avveniva per la partenza per il servizio militare. Ognuno arrivava in Studio con la sua pagnottella preparata dalla mamma ed Augusto R. la inseriva in una scatola colorata tale che sembrasse un libro. Non andavamo certo al bar a spendere soldi.  Ovviamente il nostro nome sulle copertine degli elaborati non compariva ma vi era quello dei due ingegneri che stilavano la relazione tecnica con il calcolo di verifica. Questa è la storia del mio inizio, la fortuna di aver studiato su buoni libri e una segnalazione di una scuola che non mi aveva insegnato quasi niente ma che alla fine si era riscattata.
 
 
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