Le vacanze a Capo Miseno - Generazione di cultura, esperienze, racconti

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Le vacanze a Capo Miseno (Eravamo felici e non lo sapevamo)
di R. Gioja
Saluto e ringrazio gli amici del Gruppo Facebook "Quelli del Corso Malta 87" che hanno vissuto con me l'esperienza qui raccontata.
Da bimbi, e poi da ragazzi, ogni anno andavamo al mare in comitiva partendo da Napoli per arrivare a Capo Miseno. Abitavamo al Corso Malta 87, eravamo famiglie di militari ed il “Circolo” organizzava queste “gite quotidiane” rese possibili dal pagamento rateale con trattenuta sullo stipendio. Nostra meta era quindi Capo Miseno dove la lunga spiaggia era riservata al Demanio militare ed era organizzata con cabine multifamiliari, bouvette, mensa, servizi igienici, tutto gestito dai militari. Una bellissima spiaggia, lunga e larga, divisa in fasce. A cominciare dal Capo Miseno andando verso Bacoli vi era una fascia di spiaggia libera (il lido mappatelle), poi i dipendenti civili del Ministero della Difesa (pochi), poi i sottufficiali, gli ufficiali, la Marina, l’Aeronautica, l’AFSE (la NATO). Tutti ben divisi ed ordinati, tipicamente militare. Per raggiungere Capo Miseno inizialmente si usavano camions coperti da un telone ed arredati con panche sui bordi ed al centro. Erano autocarri che avevano fatto la guerra! Ogni camion portava, credo, una trentina di persone. Noi eravamo nel gruppo dei sottufficiali ed il maresciallo più anziano sedeva a fianco all’autista come responsabile del viaggio. In genere le famiglie abitavano in comprensori abitativi dell’INCIS ed i camions prelevavano i gruppi come se fossero alla fermata di un autobus.
Si faceva la conta ed a volte si doveva aspettare ma, abituati all’ordine, era difficile che qualcuno tardasse. Il viaggio durava oltre un’ora, si attraversava Napoli, il Rettifilo, Piedigrotta, Fuorigrotta, Agnano, Pozzuoli, Baia, Bacoli, Capo Miseno. Un tragitto eccezionale come sono eccezionali le bellezze di quei luoghi … ma noi, che vivevamo a Napoli, non ce ne accorgevamo.
Durante il viaggio non mancava l’allegria. Eravamo tutti dello stesso ambiente e questo era un legame forte. I nostri genitori cantavano canzoni napoletane, l’autista suonava il clacson a tempo, sana spensieratezza di gente semplice. Vi era anche qualche accenno ocè. Ricordo una canzoncina (forse popolare) cantata in gruppo “La samba del piensamiento” (??) che diceva … La samba del pensamiento, del pensamiento ohh, me gusta la mugliera, la mugliera me gusta sì. Caruso, melluso, miett a capa int’o purtuso s’avvota ‘o scarrafone e te rosica ‘o mellone! Ad un certo punto però diceva .. e sotto ‘o suttanine tiene ‘o scoglio ‘e Mergellina… Questa frase, che oggi sarebbe etichettata come maschilista, provocava sorrisetti velati da parte delle signore e sguardi di bonario rimprovero. Noi eravamo ragazzini e non capivamo il riferimento sessuale. Ma passarono gli anni, gli autocarri furono sostituiti dai pullman, si perse qualcosa a vantaggio della comodità.  Tutti eravamo cresciuti, genitori e figli, i tempi erano cambiati era arrivato l’epoca dello jè jè . Non giocavamo più al pallone sulla sabbia ma qualcuno faceva gruppo suonando i tamburelli o la chitarra. Anche la vita era cambiata, eravamo già negli anni ’60. Non eravamo più comitive festanti, si era creata qualche coppia, sul pullman si chiacchierava, si cantava ancora ma non era più come prima.
Tornato a Capo Miseno qualche anno fa per rivedere quei posti, ritrovare quelle bellezze, non ho trovato parcheggio al punto di dover andare via. Tanta gente. Non c’era più niente che mi invogliasse a raccontare qualche episodio del passato. Certo, avevo l’auto che mi piaceva, la camera in albergo, i paccheri all’astice a ristorante ma mancava tutto, non c’era più niente. Tornato a Roma ho ripensato che stare su quella spiaggia era stato per noi un privilegio mentre eravamo felici e non lo sapevamo.
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Una veduta di Napoli del 1951                    Sorrento nel 1965
  
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