Virginia Verospi Garotti. Un amore di fine 1700. - Racconti, cultura, collezione, vendita

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L'avvincente storia di Virginia Verospi Gavotti. Donna appassiona di fine 1700. (Parte II)
di Massimo Dore.
Sebbene Siena non fosse così lontana, tuttavia il viaggio per Roma non era così comodo e breve come ai tempi nostri  e il Calvesi non era così libero di muoversi come quando era a Roma ! Immagino il respiro di sollievo di Alessandro Gavotti e l’altrettanto sconforto di Virginia a questa notizia . Il barone Alessandro, forte della forzata lontananza, supplica Virginia, ora con le buone, ora minacciandola di azioni legali, di troncare definitivamente i rapporti con il Calvesi. Ma Il destino gioca a volte brutti scherzi quanto meno te l’aspetti, caro Alessandro. Nessuno conosceva la sorte del Papa, quanto tempo avrebbe passato in esilio, se le potenze europee sarebbero intervenute in difesa del pontefice.
Ma spesso sono gli eventi naturali a influenzare le decisioni delle persone e, nella nostra storia, il destino si presenta sotto le forme di uno spaventoso terremoto che colpisce la città di Siena, lesionando anche il palazzo dove era alloggiato il papa. Il Palio di Luglio fu annullato, fatto unico fino al covid dello scorso anno.
I francesi devono decidere in fretta dove portare il papa. Scartata la città di Firenze che non era in mano alle truppe napoleoniche e poteva quindi costituire una occasione di liberazione del pontefice, si decide inizialmente di trasferire il Papa in Sardegna.
Questa notizia allarma Calvesi, il ritorno a Roma dalla Sardegna sarebbe stato molto più difficile e, nel frattempo, nelle lettere che scambiava con Virginia, quest’ultima lo supplicava di tornare al più presto da lei. Deve prendere una decisione rapida, sapendo che se torna a Roma  dovrà rinunciare per sempre al suo incarico di prestigio presso il pontefice, per quanto in disgrazia. Ma la lontananza da Virginia o forse altri fattori a noi sconosciuti lo convincono a tornare a Roma. Sembra facile, ma lasciare il servizio del papa non era (e forse non lo è tuttora) così semplice! Nella biografia del pontefice Pio VI scritta da un prelato (e sulla sua imparzialità non ci metterei la firma) ricostruisce il colloquio tra il pontefice e  il Calvesi :
Santità le chiedo il permesso di tornare a Roma per curare alcuni affari di famiglia prima del prossimo viaggio
Il papa rimase sorpreso da questa richiesta e chiese al Calvesi : “Quanti giorni durerà la vostra assenza ?
“Pochi, pochissimi “  - rispose l’ingrato e per le Poste ritornò a Roma. Quivi depose l’ abito ecclesiastico, si  vestì della divisa democratica e insieme con la vecchia amica datosi al bel tempo, dilettavasi delle feste ed adunate patriottiche e conversava solo con caldissimi repubblicani.
Come si direbbe oggi, gettata la tonaca alle ortiche, Il Calvesi decise di godersi la libertà acquisita nel migliore dei modi, tanto più che da un punto di vista economico non deve preoccuparsi molto da quando Virginia lo ha assunto come amministratore delle sue proprietà. Il ritorno del Calvesi non fa che peggiorare i rapporti tra Virginia e il marito. Virginia cerca con un pretesto di lasciare Roma per andare a visitare una sua zia in Barga. Il marito, scoperto il piano, fa in modo che non venga rilasciato il lasciapassare alla moglie. Virginia , sempre più esasperata, il 16 giugno del 1799 lascia la casa del marito in Via delle Muratte per andare a vivere nell’appartamento del figlio Girolamo. Il marito cerca di convincere, senza successo,  Virginia a tornare a casa anche tramite il comune amico Guglielmi, allora prefetto di Roma. Virginia a questo punto prende in affitto un appartamento nel palazzo di Marianna Massimo Cesi Muti, sua lontana parente, dove riceve il Calvesi quotidianamente. Alessandro , visti vani i tentativi bonari di riconciliazione, decide di passare alle vie legali nei confronti della moglie. Ma il 7 aprile del 1800  una notizia fa rapidamente il giro di Roma e l’eco si propaga anche all’estero: la baronessa Virginia Gavotti Verospi è stata tratta in arresto con la grave accusa di aver progettato l’omicidio del marito Alessandro tramite avvelenamento in concorso con Francesco Calvesi, anch’esso arrestato vicino a Spoleto. Dopo alcuni mesi si tiene il processo.
Il principale testimone dell’accusa è un certo Botti, di professione barbiere, ma da anni servitore e uomo di fiducia  del Calvesi. Sentiamo cosa dichiarò al processo dalla sua stessa voce:
BOTTI: “mi chiamo Botti,  di professione barbiere. Ho sofferto la miseria e in questi tempi, dopo la repubblica di Napoleone e il ritorno della monarchia papale  non c’è molto lavoro per noi per cui sono entrato a servizio del bargello Antonio Ori. Un giorno mi chiama il Calvesi nel palazzo della Baronessa e insieme a lei mi chiese un gran servigio che richiedeva segretezza e fedeltà. In cambio non sarei stato più misero per il resto della mia vita insieme alla mia famiglia perché avrei ricevuto un compenso elevato ……“
CALVESI: “Sappi caro Botti che il marito Alessandro da tempo non dà pace né a Virginia  né a me…il Barone va tutte le mattine a pregare nella chiesa di S. Silvestro in capite e poi, a piedi, attraversa piazza del popolo e va a farsi una passeggiata al verde…. “
BOTTI: “a questo punto il Calvesi mi fece intendere che bisognava eliminare il Barone ..Rimasi sbalordito ma non reagii perché avevo paura che avendomi rivelato il segreto, a un mio rifiuto, potevo essere ucciso…Dissi al Calvesi che per me il tutto doveva avvenire senza uso di armi perché visti i cattivi rapporti tra Alessandro e la moglie , sarebbero stati i primi ad essere sospettati”
CALVESI: “…mi sembra una ottima idea mio caro  Botti! Il Barone ama il tabacco da fiuto. Qualcuno potrebbe avvicinarlo lungo la passeggiata mattutina e offrirli una presa di tabacco mescolata al veleno. Organizza tutto tu e per il momento prendi queste due doppie di oro come anticipo”
BOTTI:” .. presi le due monete e andai subito a comprarmi un paio di scarpe nuove….”
Il Botti non aveva intenzione di onorare il suo impegno nonostante fosse incalzato dal Calvesi e da Virginia. Alla fine, stanco delle pressioni e probabilmente intimorito dalle conseguenze del suo rifiuto, si confidò con il bargello che riferì immediatamente i fatti al suo superiore.
Organizzarono una trappola ai danni della Baronessa consegnandole una scatoletta di polvere di marmo e facendola passare per arsenico. Quindi, con un pretesto, organizzarono una perquisizione a casa di Virginia dove sequestrarono la scatola come prova di accusa.
In un venerdì di maggio del 1801, caratterizzato da pioggia e forti temporali su Roma,  fu pubblicata la requisitoria  di monsignor Barberi, procuratore generale del fisco e della reverenda camera, contro Virginia e il Calvesi.
Anno 1801. Giovedi 1 Gennaro. L’anno comincia male” scriveva nel suo Diario Romano  Agostino Chigi.  
Sicuramente per Virginia il 1801 è un anno da dimenticare; il 12 giugno muore di tisi a soli 19 anni la figlia maggiore, Camilla;
il 3 agosto si riuniscono i giudici per la sentenza che la vede imputata:
« Lunedì 3 di agosto 1801. Stamattina è stata decisa la causa Gavotti in udienza segreta. La Baronessa è stata condannata a dieci anni di reclusione in un monastero, e Calvesi a dieci anni di ergastolo (carcere dei preti a Corneto) e scontata la pena, all'esilio perpetuo da Roma ».
La contessa, che durante il tempo della udienza, era ospitata nel monastero dello Spirito Santo, a seguito della condanna è trasferita a quello di San Giuseppe a Capo le Case. La condanna, severa per un processo, tutto sommato, indiziario, probabilmente fu giustificata più dalla condotta morale della baronessa che per le prove; doveva essere esemplare e di monito per la società, anche perchè il fatto aveva avuto un eco notevole nelle cronache del tempo e non solo locali.
La fine della repubblica romana nel 1799 e la conseguente restaurazione del governo pontificio, la frequentazione da parte del Calvesi di ambienti liberali, una sorta di tradimento dello stesso Papa al quale era legato, come riferito, da vincoli di lavoro e vicinanza, contribuirono tutti, a mio avviso, a peggiorare la situazione processuale nei suoi confronti. I due accusati  ebbero  una condanna severa,  ma scontarono solo una minima parte della pena come l’abate Consalvi scrive in una cronaca del tempo:
Però i soli stracci, dicevano i Romani, vanno all'aria; l'anno seguente la Baronessa era già liberata, e quando dopo qualche anno fu libero il Calvesi, essa lasciò la famiglia e lo segui fuori di Roma.
E sul Calvesi il già citato monsignore Baraldi scrive:
Ma alla fin de’conti la mercede condegna del suo operare fu che divenne la favola di Roma, ed esoso ad ogni ceto di persone e coperto d’obbrobrio fuggì da questa città, ed io ignoro come finisse. So nondimeno che Pio VI sentì nel più intimo del cuore tutto l’amaro dell’ingratitudine di quel giovane infelice, e che più volte energicamente manifestò la molta afflizione cagionatagli dall’indegno procedere d’un servo tanto beneficato”.
La Baronessa Virginia e Francesco Calvesi lasciano Roma per ritirarsi a Spoleto e nulla sappiamo della sua vita trascorsa in questo luogo, dove Virginia muore il 4 settembre del 1813 all’età di 62 anni.  Il marito Alessandro muore a Roma l’anno successivo a 75 anni.
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